Il telefono… un’invenzione nata per amore

Uno dei primi telefoni realizzati.

Non tutti sanno che fu l’amore a spingere l’inventore Alexander Graham Bell a inventare un apparecchio che permettesse di trasmettere “suoni” e non solo dei semplici click, insomma …il telefono!

Intorno al 1870 un insegnante ventottenne organizzò un corso di lezioni private a Boston e l’iniziativa riscosse un discreto successo. Mentre tutto procedeva per il meglio, il professore si innamorò! Nulla di strano, se non che l’oggetto del suo amore fosse una sua giovanissima allieva, figlia di uno dei più potenti e ricchi uomini di Boston, la quale in giovanissima età aveva quasi completamente perso l’udito a causa di una violenta scarlattina. Per questo la diciassettenne, che aveva imparato a esprimersi a gesti e a leggere il labiale, era tenuta dalla famiglia al riparo da ogni emozione.

La perseveranza

Il giovane professore, di nome Alec, certo della serietà del suo sentimento e altrettanto certo di essere ricambiato, prima di dichiararsi alla ragazza, si recò dai genitori manifestando il suo desiderio di fidanzarsi con la figlia. Inutile dire che ebbe un diniego netto e che, suo malgrado, promise che avrebbe rispettato i loro desideri.

Tuttavia le lezioni proseguirono, anche perché Alec era molto esperto nell’insegnamento ai sordi: infatti, anche sua madre era sorda e il padre di Alec si era dedicato moltissimo ad aiutare la moglie a comunicare. Questo gli aveva fatto comprendere quanto fosse importante poter “comunicare” con gli altri e lo aveva spinto verso l’insegnamento.

Come nascono le invenzioni

All’inizio degli anni 1870, epoca in cui Alec arrivò a Boston, si iniziava a sondare la possibilità di trasferire segnali diversi e con diverse frequenze su una linea telegrafica ordinaria. Egli era certo che si potesse inviare, lungo un filo, non solo dei semplici “click” ma direttamente dei suoni.

Aveva così realizzato un apparecchio campione formato da un filo elettrico che era collegato da un lato a una batteria e, dall’altro, a un unico diapason. Collegando e scollegando la batteria al filo riusciva a far emettere al diapason suoni completamente diversi.

Alec non era un inventore e aveva trascurato questo oggetto ma, innamorato com’era, ad ogni diniego che riceveva dai genitori della sua amata Mabel, si rafforzava in lui l’idea che se avesse portato avanti la sua invenzione e fosse diventato famoso e importante, forse avrebbe avuto maggiore considerazione da parte dei genitori della giovane ragazza.

Primi passi

Fu così che un giorno, ottenuto il nome di un noto e importante scienziato ormai a riposo, decise di portargli il suo prototipo chiedendogli se quell’aggeggio potesse, alla fine, funzionare. L’uomo era nientemeno che Joseph Henry, lo scopritore dell’autoinduzione nel 1832, uno dei più grandi scienziati dell’epoca nel settore elettrico, al punto che l’unità di misura dell’induttanza porta il suo nome. Lo scienziato, dopo averci pensato un po’, rispose laconicamente “vada avanti”.

In quel periodo molti stavano pensando a una simile invenzione ma tutti, immancabilmente commettevano un madornale errore: quello di collegare il filo del telegrafo a innumerevoli diapason e di inviare segnali diversamente combinati cercando di far vibrare il diapason giusto e produrre il suono di una parola. Alec, in base alla sua esperienza era invece convinto che, alla base della comunicazione ci fosse prima l’idea della parola e poi l’emissione di un suono.

Mentre lavorava all’idea i suoi tentativi di contattare la sua amata procedevano senza alcun successo, finché fu la stessa Mabel a imporsi. In realtà la ragazza era innamoratissima di Alec e parlò duramente ai genitori dicendo che doveva essere lei a decidere se frequentarlo o meno e nessun altro.

L’inspirazione

I due iniziarono a incontrarsi e il sentimento pian piano si rafforzò. Lei era felice di avere una persona che la aiutasse a superare la sua sordità, Alec aveva finalmente incontrato una ragazza che corrispondeva tutti i suoi interessi. Durante uno dei loro incontri, mentre Mabel stava provando a emettere suoni che nei suoi pensieri corrispondevano a precise parole, Alec le toccò la gola e lei fece altrettanto con lui. Attraverso le loro mani, le diverse vibrazioni delle sue corde vocali si trasmisero esattamente a quelle di Alec. Ed entrambi percepirono chiaramente come differenti parole producevano differenti vibrazioni.

Alexander Graham BellL’invenzione

In quel preciso momento, nacque il telefono! Alec, infatti, era solo il diminutivo del suo nome completo Alexander Graham Bell. Con l’aiuto finanziario del padre di Mabel – ormai convintosi della serietà e delle capacità del professorino – Alec portò a compimento la sua invenzione e la brevettò per la prima volta il 7 marzo del 1876 e dopo poco la migliorò ottenendo un ulteriore brevetto.

Divenne rapidamente famoso e dopo pochissimo tempo sposò la sua Mabel con una cerimonia bellissima. Nell’occasione Alec regalò a sua moglie un ciondolo d’argento a forma di telefono e 1497 azioni della sua compagnia Bell Telephone, appena fondata e divenuta, nei decenni, l’odierna AT&T. Se oggi si dovessero valutare varrebbero parecchi miliardi di dollari. Il matrimonio di Alec e Mabel durò per tutta la vita.

Una precisazione
Corre l’obbligo di ricordare che in quel periodo, tra i tanti scienziati che stavano occupandosi del futuro telefono, c’erano ben due italiani. Innocenzo Manzetti (télégraphe vocal) e Antonio Meucci (telettrofono). Il primo, Innocenzo Manzetti, presentò alla stampa anche internazionale il suo telefono già nel 1865, mentre Meucci vi arrivò pochi anni dopo. Entrambi però non riuscirono a brevettare le loro invenzioni sicché, il primo brevetto ufficiale fu quello di Bell nel marzo 1876. Nel 2002 la Camera dei deputati degli Stati Uniti, con la risoluzione 269, ha ufficialmente riconosciuto il lavoro di Meucci nell’invenzione del telefono.

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